Un corpo solo in scena cerca di integrare lo stile, mimiche e esultanze delle star calcistiche anni Novanta/Duemila; in un’attività sisifiana, il protagonista evolve nello spazio affrontando avversari invisibili, calciando palle immaginarie, esultando a gol mai avvenuti, in un ottica di preparazione stilistica più che agonistica.
Con una vena poetica e ironica, Golden Gore, radicalizza il movimento del calciatore privandolo del senso e dello scopo, in un gioco di rappresentazione della performatività teatrale del calcio, dei tempi di attesa, dei rallenty televisivi, dei gesti atletici: il protagonista sogna un grande stadio gremito che lo osanni o che lo detesti. Non vuole essere un campione, vuole solo sembrarlo.